Lavorare in Alaska: la vita invisibile al largo dell’Alaska

Jesus lavora imperterrito tra lo strepito dei macchinari, lo sciabolare dei coltelli e il fumo a salire dai grandi tubi gialli, gli occhi spenti fissi sulla carne viscida. Una luce bianca, accecante e costante illumina la stanza 24 ore al giorno, svelando i segreti accuratamente nascosti, esponendo così le insicurezze, le debolezze e le sofferenze di ciascuno dei presenti, senza lasciare spazio all’immaginazione.

Jesus Roberto Arriaga è un fotografo californiano appassionato di video-making, passione scoperta per caso durante il covid. È uno studente alla San Francisco State University, dove sta frequentando il suo ultimo anno di giornalismo fotografico, sognando di fare dei suoi scatti la sua vita. Tuttavia, a causa delle molteplici problematiche che caratterizzano l’industria e la forte competizione del mercato, si è spesso ritrovato a dover trovare un’alternativa per supportare i propri studi: lavorare in Alaska.

L’idea e la pianificazione

Un amico gli racconta dell’opportunità di fare qualche soldo durante l’estate lavorando nel 50esimo stato americano. Jesus guarda a questa opportunità con un po’ di ingenuità e inconsapevolezza, quasi come fosse un gioco: d’altra parte, non ha nulla da perdere.

Ma il passaggio da entusiasmante avventura a incubo senza fine è molto veloce, e presto Jesus capisce che la decisione avrebbe dovuto essere meglio ponderata.

Trasferirsi in Alaska

Working in Alaska on a fishing boat
Foto gentilmente concessa da Jesu R. Arriaga

Jesus ha 21 anni quando per la prima volta il padre lo lascia all’aeroporto: duffle bag in spalla, un biglietto per King Salmon e un contratto di lavoro in tasca. Dopo quattro ore di estenuanti controlli in aeroporto, la sua esperienza prende il volo.

Lasciando la sua casa a San Jose prima e San Francisco poi, Jesus passa per la stridente Seattle, vola sopra l’incontaminata distesa bianca dell’Alaska Range, lasciando lo stile di vita urbano alle spalle e abbracciando quello nel quale la natura ha il totale controllo sull’ambiente. Seduto sul lato destro dell’aereo si affaccia al finestrino: sembra di volare sopra il Paese delle Meraviglie.

Così come ogni estate per i successivi 10 anni, dopo qualche ora di volo, Jesus sbarca a King Salmon.

Oltre l’Alaska

Una volta messo piede sul suolo nordico gli stereotipi locali si palesano: le alci, gli orsi, i pantaloncini corti e le magliette nonostante la temperatura non raggiunga gli 0°. L‘aria è fresca e tagliente, e dà la sensazione che perfino i capelli siano congelati. L’atmosfera trasporta Jesus in uno stato di febbrile eccitazione e incredulità, ma dietro il fascino e la magia dell’Alaska si cela uno profondo e invisibile segreto.

King Salmon è la porta d’ingresso alla baia di Bristol, dove Jesus avrebbe lavorato per un paio di settimane su una nave da pesca. L’unico modo per raggiungere la destinazione finale è in aereo, ma fortunatamente tutte le spese vengono pagate dalla compagnia, che vuole e ha bisogno di ciascuno dei pochi candidati alla posizione.

Bristol Bay è un luogo isolato, dove tutto è fatto a mano e la connessione alla rete è rara (nonostante la compagnia affermi il contrario). Inutile dire che tutti i dispositivi elettronici che Jesus aveva portato con sé per dare sfogo alle sue passioni rimarranno inutilizzati. Quello fu il primo di tanti momenti che gli fecero aprire gli occhi.

Alaska Seafood

Il mercato della pesca in Alaska è uno dei più floridi al mondo, con oltre sei specie di salmoni appartenenti al gruppo Oncorhynchus che abitano il North Pacific sotto il nome di Wild Salmon of Alaska. Il salmone dell’Alaska è anadromo: nasce e vive la prima parte della sua vita in acqua dolce per poi spostarsi in acqua salata per crescere e maturare; il salmone infine termina la sua vita tornando al fiume per deporre le uova e poi morire [Alaska Seafood].

È proprio lungo le onde di quelle acque salate che la nave sulla quale Jesus lavora sfreccia veloce, alla ricerca di un punto ricco per trovare i salmoni.

Un giorno sulla nave

Working in Alaska on a fishing boat
Foto gentilmente concessa da Jesu R. Arriaga

Sulla nave, per 16 ore al giorno il lavoro viene ripetuto allo stremo in movimenti sempre uguali, meccanici e usuranti tanto da corrodere oltre che i tessuti anche la mente. È un lavoro logorante, che richiede uno sforzo estremo continuo, presupponendo forza, vigore e rigore. Le mani si muovono velocemente, e i colpi dei coltelli sulla carne dettano il ritmo della giornata, imponendosi sul ronzio elettrico continuo delle grandi celle frigorifere. Le parole sono tanto forti quanto rare, scelte con parsimonia per evitare di perdere l’unico strumento a disposizione per sopravvivere nella giungla spietata che è l’industria della pesca del salmone.

Lontano da casa in uno stato conservatore, le aziende possono trattare i propri dipendenti come vogliono: li possiedono per 24 ore al giorno, decidendo quindi quando si possa o non si possa dormire, quando e per quanto tempo lavorare, spesso costringendo turni estenuanti qualora la presenza di pesce lo richiedesse.

Sulla nave non c’è quindi molto tempo per dormire. L’aspettativa è quella di otto ore di sonno per giorno, ma è raro che questa venga soddisfatta. Normalmente, infatti, gli operai dormono sei ore, pronti a essere inviati sul proprio posto di lavoro subito dopo. Ogni quattro ore 15 minuti di pausa, 30 per il pranzo.

Una giornata sulla nave è una giornata di tortura, un incubo a occhi aperti che Jesus non augurerebbe nemmeno al suo peggior nemico. Durante una giornata sulla nave, la maggior parte del tempo si consuma in modi diversi a seconda della posizione per la quale si è stati assunti. Nel corso delle sue dieci estati a Bristol Bay, Jesus provò svariate posizioni differenti.

Durante la stagione del salmone, il lavoro consisteva nel taglio del pesce.

In quelle interminabili ore di lavoro prolungate per tutta la stagione del salmone (Salmon Season) la sofferenza degli animali era palpabile: gli ultimi spasmi convulsi, il sangue che cola copioso, le viscere lucide e viscide che si riversano fuori dai corpi squarciati dei pesci. Gli operai devono tagliare la testa dei salmoni con coltelli; aprire il corpo del pesce dalla pancia fino alla gola con una lama, se non addirittura a mano.

Jesus e i suoi colleghi lavoravano immersi in questo spettacolo di dolore e rassegnazione, circondati da resti freschi, come se l’agonia finale dei salmoni fosse un’ombra viva, pronta a impregnare l’aria di disperazione.

“Dobbiamo fare solo questo per le prossime 16 ore?” chiese Jesus il primo giorno.
Il collega ride di risposta.

Per raccogliere le uova di salmone (la parte più preziosa e ciò che la compagnia brama) si utilizza un coltello da 2/3 pollici, tagliando la gola e tirando indietro le budella. In questo modo, è richiesta una costante torsione del polso, mettendo così si tanta tensione sulla mano che imparare a utilizzare entrambe è necessario. Presto, il continuo stress sugli arti provocò tanto dolore da costringere Jesus a ritirarsi.

Mesi sulla nave al largo delle coste del Golfo d’Alaska

Jesus l’estate successiva non ritornò a Bristol Bay. Intento a rivendicare sé stesso e il suo precedente ritiro, si propose per un nuovo lavoro al largo delle Isole di Unalaska e Adak nell’arcipelago delle Aleutian Islands nel mare di Bering. Quell’anno lavorò all’interno di un’enorme cella frigorifera, smistando, organizzando e riorganizzando il pesce in temperature ben sotto lo zero.

Nelle celle, il freddo brucia più del fuoco, penetrando i molteplici strati di tessuto, infilandosi sotto la pelle e raggiungendo le ossa. In quelle condizioni, le appendici si irrigidiscono, e ogni movimento scatena una scossa di dolore lungo tutto il corpo.

“È il freddo più freddo che si possa immaginare. È terribile… È terribile.”

Disumanizzazione della specie

Working in Alaska on a fishing boat
Foto gentilmente concessa da Jesu R. Arriaga

“Ho iniziato a sentirmi una macchina. Dopo tre giorni, il mantra “se aspetto, la mia energia si rinnoverà” cominciò a realizzarsi, e da un giorno all’altro diventai inarrestabile.”

Ripetizione e abitudine

Mentre il coltello taglia, la mano trema sotto il peso della ripetizione per le oltre 16 ore di lavoro. Per sconfiggere la mente, Jesus ripiega sulla ripetizione stessa del gesto. Nella sua testa c’è rabbia, che trasforma in determinazione e impassibilità, estraniandosi totalmente dal presente in un intorpidito, naturale istinto di sopravvivenza.

“Era una questione di concentrazione e sviluppo delle competenze: quando non c’è più alcun mistero nell’attività, sai come vanno le cose e quando finiscono. Era un sollievo, e mi sentivo invincibile.”

Jesus sente il bisogno di dover provare qualcosa, di rivendicare sé stesso per orgoglio personale e voglia di trovare rispetto personale. “Stavo cercando di provare qualcosa a me stesso, al mio capo, ai miei colleghi”, afferma.

Nell’orgoglio si cela però un senso di rabbia, arrogante e viva nei confronti del presente.

Jesus prova rabbia anche nei confronti dei suoi superiori, che così rigidamente impongono i propri ordini presto tramutati in estenuanti dolori fisici, e verso l’industria, che porta l’uomo a compiere atti tanto violenti e spudorati verso esseri più deboli con con il solo fine di arricchirsi.

La rabbia è anche contro sé stesso, riprovevole e avvilente per la forza inflitta su tanti animali che in quantità industriali soffrono per mano sua. Li sgozza, ne apre il corpo con un taglio in lunghezza, li sbudella, ne taglia la testa per gettarla in un contenitore lercio che raccoglie ciò che del pesce non beneficia l’uomo. Jesus non sa come possa tornare a casa e riabbracciare il suo cane senza provare sensi di colpa per il dolore che per 16 ore al giorno, 5 giorni a settimana su una nave al largo delle coste dell’Alaska ha provocato ad animali inermi, incapaci di reagire alla sua mano veloce e allenata. La sua prospettiva cambia, mentre al contempo il suo animo si fa più rigido, apatico ed estraniato dal presente per preservare il suo futuro.

“Sia l’uomo che la natura hanno la capacità di creare cose tanto belle, mentre io ero lì a ucciderne per un mero fine economico.”

Sulla nave veniva richiesto estremo sforzo fisico, sia per l’imballaggio del pesce che per il sollevamento di pesanti materiali e animali morti, e mentale. La parte più difficile era però la convivenza con i colleghi.

Imparare a convivere con sé stessi e con gli altri

Working in Alaska on a fishing boat
Foto gentilmente concessa da Jesu R. Arriaga

Dopo una vita in prigione normalmente è difficile trovare un lavoro. Ma non in Alaska. Lì, per la stagione del salmone le compagnie hanno bisogno di tante braccia, e forti! Del passato non interessa a nessuno.
Ci si trova quindi in una situazione di incredibile disagio, dove convivere è ben più complicato di quanto si possa immaginare.

Interazioni tra culture

Sulla nave con lui c’erano persone di ogni provenienza ed etnia. Quelli che vengono per la mera esperienza sono i più fortunati. Tra gli altri persone che come Jesus che avevano bisogno di soldi per finanziare l’università e la vita delle grandi città, ma anche immigrati in cerca di ricchezza attraverso il cambio elevato di valore tra il dollaro americano e la valuta del proprio paese. Tra questi africani, sudamericani (in particolare messicani) e samoani.

La creazione di una nuova micro-società

La convivenza continua e prolungata con persone con abitudini, culture, aspettative e modi di fare e vivere fa in modo che all’interno dello spazio ristretto della nave si creino micro gruppi diversi, estranei ed estraniati gli uni dagli altri, che trovano conforto nella compagnia reciproca all’interno di uno spazio che non gli appartiene e non è comune affatto. Allo stesso modo, i gruppi devono interagire gli uni con gli altri, creando una struttura sociale interna nello spazio ristretto a loro disposizione. Anche qui prevale la legge del più forte, e il cameratismo che ci si potrebbe aspettare da situazioni di disagio condiviso e sfruttamento capitalistico collassa. Infatti, non difficilmente il contesto ha fatto in modo che a prevaricare fosse l’inasprimento reciproco verso i propri compagni, messo in atto anche dal continuo paragone e dalla competizione innescata e richiesta dai superiori.

Sulla nave, ognuno è messo contro il suo collega in scontri basati sulla provenienza geografica, sulla classe di appartenenza, sullo stipendio. Nessuno voleva sentirsi in alcun modo inferiore, e le compagnie sfruttavano tale istinto per spronare la produttività.

Affermare l’autorità, la dominazione e l’impatto del machismo

Jesus è una mente incredibilmente tranquilla, focalizzata sulle sue passioni e interessi che includono la fotografia, il video-making e l’espressione di sé attraverso l’arte. In un contesto di prevaricante machismo come quello a cui venne sottoposto, Jesus si trovò perso. Non è il tipo di persona che ama alzare la voce, figuriamoci avere discussioni o persino litigi: il modello di machismo ricorrente che ha trovato nei gruppi messicani era qualcosa che non poteva né capire né affrontare. Ricordando le informazioni raccolte in gioventù, sapeva che doveva solo evitare di prendere le parti o fare nemici. Anzi, sapeva di avere bisogno di farsi amici, qualcuno che gli guardasse le spalle.

Ma quando si viene attaccati, bisogna rispondere. è la legge della giungla: bisogna badare a se stessi, perché gentilezza non significa necessariamente sopravvivenza, e solo il più forte ne esce vivo.

Ti fa uscire la violenza. È pericoloso, non sai mai con chi lavorerai. Violenza: a volte devi essere il cattivo, poi tornare ad essere quello buono.

“Non si può mollare, mollare è la fine perché avrebbe avuto un costo enorme.”

Orgoglio e ambizione

Nella sua decisione di ritornare sempre al posto che più di tutti lo aveva segnato c’era il bisogno di provare a sé stesso il proprio valore, la sua resistenza, la sua capacità di non crollare di fronte allo stremo e al dolore. Era un costante mettersi alla prova per certificare che si fosse abbastanza forti, e poi ancora forti.

“Non sono mai stato promosso, e questa cosa mi faceva infuriare. Per questo non sono mai tornato indietro a meno che non avessi bisogno di soldi. Con il tempo, però, impari che anche questa è la realtà della vita: non sempre vieni promosso.”

Jesus era religioso prima di arrivare a destinazione. Poi, nelle condizioni disperate ha iniziato a farsi delle domande, e, più domande ci si fanno, meno senso hanno le cose. Così decise che avrebbe preferito focalizzarsi su qualcosa da cui dipendeva, per la prima volta mettendo sé stesso davanti a Dio.

L’unica cosa che puoi controllare nella vita è te stesso.

“So che è assurdo, ma mi piaceva. Guardando indietro, mi piaceva.”

Se si può essere attratti dai colori e dall’illusione dell’Alaska in un primo momento, tornare allo stesso ambiente che ha fatto contorcere il corpo e l’anima per anni sicuramente porta a domandarsi il perché.

Nonostante Jesus fosse consapevole di ciò che lo attendeva una volta sbarcato in Alaska, non una volta rinunciò all’esperienza. Si trattava infatti di qualcosa di ben più impattante del dolore fisico.

“Ovviamente non sul momento, ma il fatto che avessi modo di interagire costantemente con questo tipo di personaggi dei quali avrei potuto raccontare storie, o che ogni giorno fosse una lotta per la sopravvivenza. C’era sempre qualcuno che aspettava che crollassi, ma non succedeva, perché su quella nave costi quel che costi non avresti mai mollato, avresti continuato a lottare contro mente e corpo per sopravvivere a un altro giorno, e poi un altro ancora.”

Semplice come dimostrare a me stesso che posso farlo dopo aver rinunciato un paio di anni prima. Non c’è modo migliore di farlo che andare dritto in mezzo al mare, in silenzio, dimostrando il mio valore a me stesso. Volevo essere l’eroe, affrontare e vincere il mio percorso di viaggio dell’eroe. Ho completato il mio viaggio dell’eroe in quel modo.

Con lo sguardo al futuro

Ciò che lo spronava a continuare era l’idea che oltre lo stremo del presente ci fosse la felicità.

“è un motivo per continuare a sperare, una miccia d’amore che ti ricorda che oltre il dolore fisico temporaneo c’è qualcosa di positivo, c’è speranza. Chiudendo gli occhi, riuscivo a vedere cose che mi rendessero felice, che mi ricordassero che la vita fosse ancora bella”.

Ritornare a casa

Working in Alaska on a fishing boat
Foto gentilmente concessa da Jesu R. Arriaga

Abbandonata la nave, Jesus doveva in trovare un modo per tornare a casa. Il volo fino a Anchorage era pagato dalla compagnia, ma fino a San Francisco doveva trovare un modo per arrangiarsi. Ma con soli $4 in tasca e problemi a ritirare i suoi stipendi dalla banca locale, Jesus si trovò in mezzo alla strada. Nella prima trattoria, Jesus chiese di lavorare per qualche ora per pagarsi da mangiare, scoprendo poi che qualcuno l’aveva già pagato per lui. E anche il ristoratore si rifiutò di accettare il suo aiuto, offrendogli gratuitamente un pasto caldo. Una volta raccolti i soldi, ritornò dal ristoratore per lasciare una grande mancia.

“Intorno a me c’erano tutte queste persone gentili, che non mi aspettavo di incontrare dopo un’esperienza di tale genere.

Capita a volte che gli uomini non siano in grado di distinguere il dolore, la rabbia, l’angoscia dall’intensità delle emozioni. Ci sono volte in cui un uomo non è in grado di riconoscere quello che più in là sarebbe diventato un pensiero nostalgico, un ricordo al quale attaccarsi una volta ritornati al sicuro sotto al proprio tetto.

Jesus guarda così alla sua esperienza in Alaska.

Con gli occhi aperti solo verso i lati negativi della cose, non farai altro che trovare il negativo.

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